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Energia, tempo e autonomia

Le crisi energetiche hanno mostrato la fragilità di un sistema ancora dipendente dal gas. Rinnovabili, autorizzazioni più rapide e investimenti possono ridurre costi e vulnerabilità, rafforzando sicurezza energetica e competitività del Paese

Simona Simonetti*
Simon Steen Møller**

La seconda crisi energetica in pochi anni, dopo quella causata dal conflitto Russia-Ucraina, ha messo in luce con estrema chiarezza quanto il nostro sistema di approvvigionamento sia fragile e quanto l’energia sia imprescindibile per la nostra civiltà. Il vero spartiacque oggi non è tra ideologie, ma tra chi dispone di capacità installata a basso costo e chi resta esposto alle fossili.

L’energia è il fondamento concreto del nostro stile di vita, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. È ciò che ci permette di muoverci, produrre, riscaldarci, comunicare. Una famiglia media consuma ogni anno circa 25.000 kWh tra elettricità, gas e carburanti. Per rendere questa cifra meno astratta, se tutta questa energia dovesse essere prodotta con la sola forza fisica, servirebbero circa 300 persone che lavorano otto ore al giorno per 200 giorni l’anno, per un costo equivalente nell’ordine dei 5 milioni di euro. In altre parole, l’energia è la misura di quanto lavoro umano riusciamo a sostituire, di quanto possiamo produrre e, in definitiva, della qualità della vita che possiamo sostenere.

Il legame forte tra energia, lavoro e benessere rende cruciale ridurne il costo per cittadini e imprese e limitare l’impatto della produzione sull’ambiente.

COME SI FORMA IL PREZZO

Le due crisi energetiche affrontate in soli quattro anni hanno reso visibile questa differenza. I Paesi con una maggiore presenza di tecnologie a basso costo marginale, come le fonti rinnovabili, hanno mostrato una maggiore resilienza agli shock dei prezzi. Al contrario, i sistemi più dipendenti dal gas sono risultati più vulnerabili. L’Italia rientra chiaramente in questa seconda categoria con il 52,3% del mix energetico rappresentato da fonti fossili, uno dei valori più elevati in Europa.

Ma il dato più rilevante riguarda il funzionamento del mercato. Nel mercato elettrico europeo il prezzo non è la media dei costi di tutte le tecnologie, ma viene determinato dall’ultima centrale necessaria per soddisfare la domanda. È il cosiddetto prezzo marginale, un meccanismo comune anche ad altri mercati di materie prime, come quello del caffè o del grano. Questo significa che, anche se gran parte dell’energia è prodotta a basso costo, è la fonte più cara utilizzata in quel momento a fissare il prezzo per tutti.

Nel 2026 le centrali a gas hanno determinato il prezzo dell’elettricità quasi il 90% del tempo.

Questo significa che, nella maggior parte delle ore dell’anno, il prezzo che paghiamo per l’energia è agganciato al costo del gas. Il confronto con altri Paesi – come la Spagna dove il gas determina il prezzo solo per circa il 15% delle ore – aiuta a capire quanto questa situazione sia penalizzante. È questa differenza che spiega perché shock recenti sui mercati internazionali abbiano avuto effetti molto più pesanti su famiglie e imprese italiane rispetto ad altre nazioni.

Qui è importante affrontare un tema che viene spesso articolato da chi è contrario allo sviluppo delle rinnovabili. Ovvero che il sistema non possa essere basato al cento per cento su rinnovabili non-controllabili, come l’eolico e il solare. A parte il fatto che le rinnovabili in eccesso in alcuni momenti possono essere accumulate in sistemi di batterie o idrogeno, non c’è bisogno di decarbonizzare interamente la produzione d’energia elettrica per iniziare a vedere i benefici. Quel che serve, in una prima fase, è ridurre il ruolo dei fossili nella formazione del prezzo del mercato. Anche perché non tutte le centrali a gas sono uguali. Quelle meno efficienti, utilizzate nei momenti di picco, contribuiscono in modo particolare a far salire i prezzi.

Come dimostrato da un recente studio del think tank indipendente Ember, basato su dati del National Energy System Operator (NESO) e della Low Carbon Contract Company (LCC) del Regno Unito, con la riduzione della penetrazione del gas dal 40-50% al 30-40% o al 20-30%, i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica sono diminuiti sensibilmente. Nel 2025 si osserva chiaramente questa dinamica nel mercato britannico: quando il gas pesava meno del 20% del mix elettrico, il prezzo medio era intorno ai 60 £/MWh, mentre nelle ore in cui superava il 50% arrivava fino a 130 £/MWh. In altre parole, ogni ora in meno in cui il gas determina il prezzo si traduce in un beneficio diretto per consumatori e imprese.

IL NODO DELLE AUTORIZZAZIONI

Se la direzione è così chiara, perché l’Italia fatica a percorrerla? Il problema non è tecnologico, ma temporale.

Le tecnologie rinnovabili sono disponibili, competitive e scalabili, ma il sistema fatica a realizzarle con la velocità necessaria. Secondo l’Irex Annual Report dello studio di Althesys, il tempo medio per ottenere le autorizzazioni ambientali supera i 1.000 giorni, ben oltre i 645 giorni previsti dalla normativa. In altri Paesi europei, come la Germania, l’intero processo può richiedere tra i 200 e i 500 giorni.

Questa differenza si riflette direttamente nei risultati. Nel 2025 la Germania ha autorizzato circa 20 GW di nuova capacità eolica, con prospettive di arrivare a 25 GW nel 2026. L’Italia invece in due decenni ha installato complessivamente circa 13,5 GW.

Anche i dati più recenti confermano il ritardo. Nel 2025 sono stati installati solo 579 MW di eolico, in calo rispetto all’anno precedente, e la produzione eolica ha coperto appena l’8% della domanda elettrica.

RITARDI E FALSE SCORCIATOIE

Il ritardo emerge anche nel meccanismo delle aste, che sono lo strumento principale per sviluppare nuova capacità in modo ordinato e competitivo.

Nel 2025 la Germania ha assegnato oltre 15 GW di nuova capacità eolica, la Francia 3,4 GW, mentre l’Italia si è fermata a circa 1 GW. Questo significa meno investimenti, meno capacità installata e, di conseguenza, un’esposizione più elevata alla volatilità dei combustibili fossili.

Tipo impiantoEPBT (anni)Tempo di vita (anni)Tempo di costruzione (anni)Costi ambientali
Fotovoltaico1-325-30<1Nessun impatto ambientale durante il funzionamento. Impatto minimo di tipo tossicologico (controllabile) durante l’estrazione e la lavorazione dei minerali.
Eolico<120<1Cementificazione area di installazione / accesso
Centrali a Gas2-3205-7Produzione CO2
Centrali nucleari740-6010-15Produzione di emissioni altamente tossiche e radioattive, con impatti sulla salute di chi vive nei dintorni. Scorie a bassa, media e alta radioattività da accumulare in depositi per la durata di migliaia di anni.

In questo contesto, il ritorno del dibattito sul nucleare rischia di spostare l’attenzione dal problema principale, ovvero il tempo.

I progetti più recenti in Europa mostrano chiaramente che la costruzione di nuove centrali richiede almeno 15 anni, spesso ben oltre le previsioni iniziali. L’impianto di Olkiluoto in Finlandia è entrato in funzione dopo 17 anni, quello di Flamanville in Francia ha superato i 15 anni. Anche volendo prescindere dalle valutazioni su costi e modello industriale, è evidente che si tratta di tempistiche incompatibili con l’urgenza di ridurre i prezzi e la dipendenza dal gas nel prossimo decennio.

LA PARTITA SI GIOCA ORA

Il nodo quindi è semplice, anche se non facile da affrontare. La sicurezza energetica si gioca sulla velocità. Ogni giorno in cui il gas continua a determinare il prezzo dell’energia per la grande maggioranza del tempo rappresenta un trasferimento di ricchezza verso l’estero e una perdita di competitività per il sistema produttivo.

Per questo le priorità devono essere altrettanto chiare. È necessario ridurre drasticamente i tempi autorizzativi, riportandoli in linea con quelli dei principali Paesi europei. È indispensabile aumentare in modo significativo il volume delle aste per le rinnovabili, così da accelerare l’installazione di nuova capacità a basso costo e proteggere i consumatori dalla volatilità dei prezzi del gas. Ed è altrettanto importante evitare di concentrare risorse e dibattito su soluzioni che, anche nelle migliori condizioni, non potranno dare un contributo concreto prima di 10 o 15 anni.

L’indipendenza energetica non è una questione teorica né una prospettiva lontana, è una costruzione quotidiana, fatta di impianti reali e decisioni operative. E soprattutto è una partita che si gioca adesso.

L’instabilità geopolitica delle fonti di approvvigionamento dei combustibili fossili e l’emergenza climatica impongono un cambio rapido del nostro modello energetico raggiungibile in tempi brevi solo con il passaggio alle rinnovabili attraverso la semplificazione dell’iter autorizzativo.

I motivi per puntare con decisione sulle rinnovabili però sono molti di più. Producono energia utilizzando una materia prima gratuita e abbondante, quindi non ci assoggettano a ricatti geopolitici con le nazioni fornitrici, contrariamente all’Uranio arricchito necessario per le centrali nucleari o ai combustibili fossili impiegati in tutti i motori termici.

A questo si aggiunge un altro aspetto rilevante: il tempo necessario a produrre l’energia utilizzata per la loro costruzione è inferiore all’anno. Infine, hanno un basso impatto ambientale.


* Fisico. Co-portavoce Europa Verde Liguria

** Specialista in politiche energetiche. Co-portavoce Europa Verde Liguria.

EPBT – Energy Payback Time: tempo di ammortamento energetico. Periodo di tempo che l’impianto impiega per generare la quantità di energia equivalente a quella impiegata per la sua produzione.