AVS Savona – Europa Verde Liguria
Premessa
Il tempo medio che trascorre tra la pubbilcazione del bando di gara e la messa in funzione di un termovalorizzatore in Italia è di circa 7 anni, la durata media di un impianto è di 25-30 anni con possibilità di prolungamento a 40. Il tempo medio di ammortamento del capitale investito è di 12-15 anni. Dobbiamo quindi assumere come quadro di riferimento per le nostre valutazioni, quello che prevedibilmente si avrà tra il 2033 ad il 2045-47 (termine del periodo di ammortamento dell’investimento) sebbene l’impianto potrà terminare la sua vita utile nel 2051-2066.
La transizione energetica come cornice di riferimento
Da quando la comunità scientifica internazionale ha acquisito piena consapevolezza del ruolo dell’anidride carbonica (CO2) nel cambiamento climatico, è divenuto imprescindibile perseguire ogni soluzione utile ad abbattere il rilascio di CO2 in atmosfera.
Per questo motivo da anni sono stati fatti a livello mondiale giganteschi investimenti nel settore della produzione di energia per abbandonare le metodologie meno efficienti – cioè quelle caratterizzate da un elevato rapporto tra CO2 emessa e megawatt prodotti – verso tecnologie sempre più efficienti.
In questo quadro si sono poi affermate le energie rinnovabili, ormai una realtà tecnologicamente matura e riconosciuta, che è diventata il futuro prossimo della produzione di energia essendo sostanzialmente priva di emissioni dirette. L’Unione Europea ha recepito questa impostazione ponendosi come obiettivo non solo l’eliminazione dei combustibili più impattanti – carbone e petrolio – ma anche la progressiva riduzione dell’impiego del metano, pur trattandosi tra i combustibili fossili di quello a maggiore efficienza ed a minore intensità emissiva.
In un simile contesto, l’utilizzo dei rifiuti solidi urbani (RSU) come combustibile per la produzione di energia appare in totale contraddizione con quanto sopra esposto e non condivisibile per molte ragioni:
Prima motivazione: l’inefficienza energetica dell’incenerimento e l’elevato fattore emissivo
I dati ufficiali disponibili confermano che la resa energetica dell’incenerimento dei rifiuti è tra le più basse fra tutte le tecnologie di produzione elettrica attualmente in uso. Un impianto di termovalorizzazione converte in energia elettrica netta soltanto il 20-25% del contenuto energetico dei rifiuti trattati, contro il 55-60% di un moderno ciclo combinato a gas naturale e il 35-45% di una centrale a carbone di ultima generazione.
Per apprezzare l’effetto combinato di questi due fattori — il valore emissivo intrinseco del combustibile e il rendimento reale dell’impianto che lo utilizza — la tabella seguente riporta, per ciascun combustibile: il potere calorifico inferiore (PCI, cioè l’energia termica contenuta in una tonnellata di combustibile); la CO2 intrinseca emessa dalla combustione di una tonnellata di quel combustibile; il rendimento elettrico netto tipico degli impianti che lo utilizzano; e il risultato finale, cioè i kg di CO2 effettivamente emessi per ogni MWh elettrico consegnato in rete. Quest’ultimo valore si ottiene dividendo la CO2 per tonnellata per la quantità di energia elettrica realmente ottenuta da quella tonnellata (PCI convertito in MWh termici, moltiplicato per il rendimento dell’impianto).
| Combustibile | Potere calorifico inferiore (PCI) | CO2 intrinseca per tonnellata di combustibile | Rendimento elettrico netto dell’impianto | CO2 per MWh elettrico prodotto (rendimento incluso) |
| Rifiuti solidi urbani (indifferenziati, tal quale) | 10 – 12 MJ/kg (≈ 2,8 – 3,3 MWh termici/t) | ≈ 450 – 550 kg (sola quota fossile: plastiche, tessili sintetici) | 20 – 25% | ≈ 650 – 800 kg |
| Carbone (vapore) | 25 – 27 MJ/kg (≈ 6,9 – 7,5 MWh termici/t) | ≈ 2.300 – 2.400 kg | 35 – 45% | ≈ 750 – 960 kg |
| Petrolio (olio combustibile) | 40 – 41 MJ/kg (≈ 11,1 – 11,4 MWh termici/t) | ≈ 3.000 – 3.100 kg | 36 – 40% | ≈ 660 – 780 kg |
| Gas naturale (metano, ciclo combinato) | 48 – 50 MJ/kg (≈ 13,3 – 13,9 MWh termici/t) | ≈ 2.650 – 2.750 kg | 55 – 60% | ≈ 320 – 380 kg |
| Media del mix eletrico europeo | 250 kg |
Fonti: ISPRA, “Tabella dei parametri standard nazionali” e “Fattori di emissione atmosferica di CO2 e altri gas a effetto serra – Settore elettrico” (isprambiente.gov.it), per i fattori di emissione intrinseci di carbone, olio combustibile e gas naturale; fattori di emissione IPCC di riferimento internazionale; potere calorifico dei rifiuti urbani da letteratura tecnica di settore (Politecnico di Milano – Centro Studi MatER; caso applicativo del termovalorizzatore di Brescia). Formula di calcolo: CO2/MWh elettrico = (CO2 per tonnellata di combustibile) ÷ [(PCI in GJ/t ÷ 3,6) × rendimento elettrico netto]. I rendimenti utilizzati sono valori medi rappresentativi del parco impianti; risultati puntuali diversi si ottengono con rendimenti diversi all’interno degli intervalli indicati.
Il confronto è istruttivo perché isola con chiarezza le due variabili in gioco. Il carbone, pur avendo un fattore emissivo intrinseco per tonnellata (≈2.300-2.400 kg CO2/t) inferiore a quello del petrolio e del gas naturale, produce comunque la maggiore CO2 per MWh elettrico perché il suo rendimento di conversione è tra i più bassi fra i combustibili fossili. Il gas naturale ha un fattore intrinseco per tonnellata più elevato (≈2.650- 2.750 kg CO2/t, poiché una tonnellata di metano contiene molta più energia), ma il suo rendimento eccezionalmente alto (55-60% nei cicli combinati moderni) lo rende di gran lunga il combustibile fossile meno impattante per unità di energia elettrica prodotta.
I rifiuti solidi urbani si collocano in una posizione anomala: il loro fattore emissivo intrinseco per tonnellata è il più basso della tabella (il rifiuto ha un potere calorifico contenuto e una parte della sua massa non è di origine fossile), ma il rendimento elettrico estremamente basso degli impianti di incenerimento (20-25%, meno della metà di un ciclo combinato a gas) vanifica interamente questo vantaggio, riportando il dato finale — 650-800 kg di CO2 per MWh — a un livello paragonabile o superiore a quello del carbone e nettamente superiore a quello del gas naturale. In altre parole, bruciare rifiuti per produrre energia elettrica equivale, dal punto di vista dell’impatto climatico per unità di energia prodotta, a bruciare carbone: non per la natura del combustibile in sé, ma per l’inefficienza strutturale della tecnologia di conversione impiegata.
Seconda motivazione: la distruzione di materie prime seconde e il danno alla bilancia commerciale
I rifiuti solidi urbani non sono un semplice scarto: contengono materiali (metalli, vetro, carta, plastiche) che hanno richiesto un consistente impiego di energia — e quindi generato significative emissioni di CO2 — per essere prodotti a partire da materie prime vergini. Bruciare questi materiali significa vanificare l’investimento energetico ed emissivo già sostenuto per crearli, oltre a rendere necessaria l’estrazione di nuova materia prima per sostituirli.
I dati di settore quantificano con chiarezza il vantaggio del riciclo rispetto alla produzione da materia prima vergine:
| Materiale | Energia risparmiata riciclando rispetto a materia prima vergine | Riferimento |
| Alluminio | ~95% (8,3 GJ/t contro 186 GJ/t di alluminio primario); fino a 9 t di CO2 evitate per tonnellata rifusa | International Aluminium Institute; CIAL |
| Vetro | 1,2 t di materia prima vergine risparmiata per tonnellata riciclata; –3% di energia in fusione ogni 10% di rottame in più | FEVE – Federazione europea produttori di vetro |
| Acciaio | 2,86 tep risparmiate per tonnellata di materiale riciclato utilizzato | Il Sole 24 Ore, elaborazione dati di filiera 2025 |
| Carta/cartone | 0,25 tep risparmiate per tonnellata di materiale riciclato utilizzato | Il Sole 24 Ore, elaborazione dati di filiera 2025 |
Fonti: International Aluminium Institute; CIAL – Consorzio Nazionale Imballaggi Alluminio; FEVE – Federazione europea dei produttori di contenitori in vetro; Il Sole 24 Ore, elaborazione dati di filiera sul risparmio energetico da riciclo (2025).
Questo dato assume un rilievo particolare per un Paese come l’Italia, strutturalmente povero di materie prime e fortemente dipendente dalle importazioni per l’approvvigionamento industriale. Sebbene la bilancia commerciale italiana nel suo complesso abbia chiuso il 2025 con un avanzo di circa 50,7 miliardi di euro, trainato dal surplus manifatturiero, la componente energetica resta strutturalmente in forte disavanzo: il deficit energetico italiano nel 2025 è stato pari a circa 46,9 miliardi di euro. A questo si somma il costo dell’importazione di materie prime industriali non energetiche, anch’esse in larghissima parte acquistate all’estero.
Distruggere attraverso la combustione materiali che potrebbero essere reimmessi nei cicli produttivi
nazionali significa quindi, anche sotto il profilo strettamente economico, rinunciare a una potenziale riduzione della dipendenza dall’estero e del relativo esborso valutario, in un momento in cui la sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime è divenuta priorità esplicita dell’agenda politica europea (si veda, tra gli altri, il Critical Raw Materials Act, di seguito richiamato).
Terza motivazione – Il quadro normativo europeo: verso prodotti sempre più riciclabili
La tendenza normativa dell’Unione Europea conferma e rafforza questa impostazione: la produzione europea si sta orientando verso beni sempre più riciclabili — facili da riciclare e, soprattutto, effettivamente riciclati — attraverso un pacchetto crescente di regolamenti e direttive approvati negli ultimi anni:
• Direttive “pacchetto economia circolare” (UE) 2018/849, 2018/850, 2018/851 e 2018/852 — hanno fissato l’obiettivo comune di riciclaggio dei rifiuti urbani al 55% entro il 2025, 60% entro il 2030 e 65% entro il 2035, l’obiettivo di riciclo dei rifiuti da imballaggio al 70% entro il 2030, e il limite massimo del 10% di collocamento in discarica entro il 2035.
• Critical Raw Materials Act (Regolamento UE 2024/1781 correlato; atto approvato dal Consiglio il 18 marzo 2024) — istituisce un quadro per garantire l’approvvigionamento sicuro e sostenibile delle materie prime critiche, incentivando il riciclo interno all’Unione.
• Regolamento Ecodesign for Sustainable Products – ESPR (Regolamento UE 2024/1781, in vigore dal luglio 2024) — estende gli obblighi di progettazione ecosostenibile a (quasi) tutte le categorie di prodotto, imponendo requisiti di durabilità, riparabilità, impronta ambientale e passaporto digitale di prodotto; vieta inoltre la distruzione di prodotti tessili e calzature invendute.
• Direttiva sul diritto alla riparazione – Right to Repair, Direttiva (UE) 2024/1799 (adottata dal Consiglio il 30 maggio 2024) — facilita e incentiva la riparazione dei beni difettosi in luogo della sostituzione.
• Nuovo regolamento sulle spedizioni di rifiuti (in vigore dal 20 maggio 2024) — vieta l’esportazione di rifiuti verso Paesi extra-OCSE non in grado di gestirli in modo sostenibile, per impedire che l’Unione scarichi all’estero le proprie criticità di gestione.
• Direttiva (UE) 2025/1892 sui rifiuti tessili (che modifica la direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE) — introduce la responsabilità estesa del produttore (EPR) per il settore tessile e calzaturiero, imponendo la tracciabilità del fine vita dei capi.
Il Regolamento sugli imballaggi (PPWR) — la novità più rilevante
La normativa più rilevante e di più imminente applicazione è il Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, il cosiddetto PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation). Approvato dal Consiglio il 19 dicembre 2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale UE il 22 gennaio 2025 ed entrato in vigore l’11 febbraio 2025, il PPWR sostituisce l’ormai risalente direttiva 94/62/CE e, trattandosi di un regolamento, sarà direttamente applicabile in tutti gli Stati membri senza necessità di recepimento nazionale, superando così le difformità che avevano caratterizzato il precedente quadro basato su direttiva.
Le sue disposizioni principali diverranno applicabili in via generale a partire dal 12 agosto 2026, con un calendario di scadenze progressive fino al 2040. Tra gli elementi più significativi:
• una classificazione obbligatoria di riciclabilità degli imballaggi su scala di prestazione da A a E, con ammissione al mercato limitata inizialmente ai gradi A, B e C;
• dal 1° gennaio 2030, l’obbligo che tutti gli imballaggi siano progettati per il riciclo; dal 2035 la riciclabilità dovrà essere garantita “su scala”, cioè sostenuta da infrastrutture reali di raccolta e riciclo effettivamente disponibili; dal 2038 saranno ammessi sul mercato solo imballaggi di grado A e B;
• obiettivi vincolanti di riduzione dei rifiuti da imballaggio pro capite: -5% entro il 2030, -10% entro il 2035, -15% entro il 2040, rispetto ai livelli del 2018;
• restrizioni al monouso, limiti alle sostanze critiche (compresi divieti su alcune concentrazioni di PFAS) e obblighi di responsabilità estesa del produttore armonizzati a livello europeo.
Il PPWR conferma dunque, con la forza cogente di un regolamento direttamente applicabile, la direzione di marcia dell’Unione Europea: ridurre alla fonte la produzione di rifiuti di imballaggio, massimizzarne la riciclabilità effettiva e costruire filiere industriali di riutilizzo delle materie prime seconde. È un quadro normativo strutturalmente incompatibile con una strategia di gestione dei rifiuti imperniata sull’incenerimento, che presuppone al contrario un flusso costante e cospicuo di materiale da bruciare per garantire l’ammortamento economico degli impianti nell’arco della loro vita utile.
Quarta motivazione – Con una raccolta differenziata efficace i quantitativi di rifiuti residui non giustificano un nuovo impianto in Liguria
I dati più recenti forniti dal Catasto nazionale dei rifiuti gestito da ISPRA mostrano la Liguria all’ultimo posto tra le regioni del nord Italia per percentale di raccolta differenziata e tra le ultime nel panorama nazionale

Tra le provincie liguri Genova otttiene la performance peggiore in termini di raccolta differenziata

La produzione di rifiuti urbani indifferenziati (RUR)in Liguria nel 2024

Nel 2024 la Liguria ha prodotto 334 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati con una raccolta differenziata inferiore al 60%. Partendo da questi dati proviamo a calcolare le quantità di rifiuti indifferenziati (RUR) che produrrebbe attualmente la Liguria se raggiungesse valori di raccolta differenziata pari a quelli delle zone del territorio nazionale oggi più virtuose

Come si evince dai dati portando la raccolta differenziata della Liguria a valori pari a quelli dell’Emilia Romagna non si raggiungono i quantitativi minimi per sostenere economicamente un nuovo impianto
Quinta motivazione – La gestione dei rifiuti solidi urbani nel nord Italia non richiede ulteriori impianti per la chiusura del ciclo
Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2025 di ISPRA (dati aggiornati al 2024), la produzione nazionale di rifiuti urbani ha raggiunto quasi 29,9 milioni di tonnellate, in crescita del 2,3% rispetto al 2023. La crescita non è omogenea sul territorio: al Nord l’aumento è stato del 3,7%, contro l’1,2% del Centro e lo 0,8% del Sud — il Nord è quindi l’area che sta facendo registrare la dinamica più sostenuta, trainata dalla crescita economica e dei consumi. In termini di produzione pro capite, la media nazionale è di 508 kg/abitante, con il Nord a 534 kg/abitante (Centro 538, Sud 454). Considerando che la popolazione delle otto regioni settentrionali si aggira attorno ai 27,5-28 milioni di abitanti, la produzione complessiva di rifiuti urbani nel Nord Italia nel 2024 può essere stimata in circa 14,8-15 milioni di tonnellate, quasi la metà del totale nazionale.
Il Nord si conferma l’area più virtuosa: la raccolta differenziata raggiunge il 74,2%, contro il 63,2% del Centro e il 60,2% del Sud (media nazionale 67,7%). Le punte più alte si registrano in Emilia-Romagna (78,9%, la migliore regione d’Italia) e Veneto (78,2%), seguite da Trentino-Alto Adige e Lombardia. È però essenziale distinguere la raccolta differenziata dal riciclo effettivo: a livello nazionale, a fronte del 67,7% di RD, il tasso di riciclaggio effettivo dei materiali si ferma al 52,3%. Il divario — circa 15 punti — è dovuto in larga misura alla scarsa qualità di parte della raccolta stradale (cassonetti, anche a calotta o a tessera), che produce flussi troppo impuri per essere effettivamente riciclati, mentre la raccolta porta a porta garantisce risultati nettamente migliori in termini di purezza del materiale raccolto. Questo dato è politicamente rilevante: anche nelle regioni settentrionali più virtuose sulla carta, un’ulteriore spinta verso il porta a porta selettivo può ridurre in modo significativo il residuo da smaltire, senza bisogno di nuova capacità impiantistica.
Applicando il tasso di raccolta differenziata del Nord (74,2%) alla produzione stimata dell’area (circa 14,8-15 milioni di tonnellate), il rifiuto urbano residuo — cioè la frazione non intercettata dalla raccolta differenziata, destinata a incenerimento, discarica o trattamento meccanico-biologico — si può stimare in circa 3,8-3,9 milioni di tonnellate annue. È una stima calcolata (non un dato ISPRA puntuale), ma coerente con l’ordine di grandezza storicamente riportato per il flusso avviato a incenerimento nel Nord (si veda oltre). Va inoltre considerato che questa frazione residua include anche gli scarti di lavorazione della stessa raccolta differenziata (i cosiddetti “sovvalli”), che non sono materiale riciclabile e finiscono comunque nel medesimo circuito di smaltimento termico o in discarica.
Il parco nazionale di termovalorizzatori è in costante riduzione numerica: da 48 impianti nel 2013 a 36 nel 2023 e 35 nel 2024 (dati ISPRA). Di questi, la stragrande maggioranza è concentrata al Nord: circa 25 impianti su 35-36 nazionali, con la Lombardia che da sola ne ospita 13 e l’Emilia-Romagna 7. Nel loro complesso, gli impianti del Nord trattano storicamente circa il 70-75% del totale dei rifiuti avviati a incenerimento in Italia — un dato che, applicato al flusso nazionale (attorno a 5,3-5,6 milioni di tonnellate annue negli ultimi anni), porta a stimare in 3,7-4,2 milioni di tonnellate la quota trattata annualmente dagli impianti settentrionali. Questo valore è sostanzialmente allineato — anzi leggermente superiore — alla stima del residuo indifferenziato prodotto nella stessa area, un primo indizio che la capacità di trattamento termico settentrionale sia già oggi in surplus rispetto al fabbisogno locale, anche perché riceve flussi in ingresso da altre regioni.
Il quadro più autorevole su questo tema è quello elaborato dal think tank WAS e ripreso da Althesys (marzo 2025), che ha costruito due scenari di fabbisogno di capacità Waste-to-Energy al 2035 — uno a bassa produzione di rifiuti (basato sugli standard 2018 del Veneto) e uno ad alta produzione (basato sui massimi storici regionali del 2007). In entrambi gli scenari, il quadro geografico che emerge è netto: il Nord-Ovest presenta già oggi un surplus di capacità di incenerimento, mentre il deficit strutturale si concentra nel Meridione e nelle Isole maggiori, storicamente sotto-dotate. Questo dato conferma, da una fonte indipendente e tecnica, che l’area settentrionale non soffre di una carenza di impianti, ma semmai dispone di una capacità già adeguata o superiore al proprio fabbisogno interno — al punto da poter assorbire flussi provenienti da altre regioni italiane e, in alcuni casi, anche dall’estero.
A differenza del Centro-Sud, dove sono in corso i progetti più rilevanti di nuova costruzione (Roma-Santa Palomba, 600.000 t/anno, avvio previsto 2027; i due impianti siciliani di Bellolampo/Palermo e Catania, complessivamente 750.000 t/anno, cantieri annunciati da settembre 2026), nel Nord il fenomeno prevalente è quello dell’ampliamento di impianti esistenti piuttosto che la costruzione ex novo:
– Torino: ampliamento della capacità autorizzata da 420.000 a 490.000 tonnellate annue, approvato a inizio marzo 2025.
– Milano (Silla2): interventi di potenziamento del sistema di trattamento fumi (gara aggiudicata ad ATS), finalizzati a mantenere basse le emissioni a fronte dei volumi trattati, non un ampliamento di capacità di combustione.
– Brescia: impianto storico (1998), oggetto di un dibattito politico locale su un possibile ulteriore ampliamento, sostenuto in particolare dal centrosinistra bresciano.
– Lombardia, Comune di Montello: un nuovo impianto è stato annunciato ma incontra opposizione locale.
Il quadro complessivo, dunque, mostra nel Nord pochissimi progetti di nuova costruzione e diversi ampliamenti di impianti già esistenti, in un contesto in cui — a differenza del Sud — la capacità complessiva non risulta carente secondo le analisi indipendenti disponibili. In un simile contesto, un nuovo termovalorizzatore nel Nord — e in particolare in Liguria — apparirebbe non come una risposta a un’effettiva carenza di capacità, ma come una scelta che rischia di consolidare un modello di gestione dei rifiuti superato, sottraendo risorse e attenzione politica agli investimenti realmente necessari: il potenziamento del porta a porta selettivo, l’impiantistica di riciclo di materia e di trattamento della frazione organica, e la riduzione alla fonte prevista dalla normativa europea (PPWR in primis).
Fonti: ISPRA, Rapporto Rifiuti Urbani – Edizione 2025 (dati 2024); Althesys, “The waste-to-energy plants in Italy, between resistance and innovation” (marzo 2025), con dati del think tank WAS; Utilitalia/ISPRA, “Libro bianco sull’incenerimento dei rifiuti urbani” e “Rapporto sul Recupero Energetico da rifiuti in Italia”. Le stime relative alla produzione, al residuo indifferenziato e al flusso trattato nel Nord Italia sono elaborazioni su dati ISPRA e non cifre ufficiali puntuali; sono indicate come tali nel testo.
Sesta motivazione – Il termovalorizzatore non abbassa la TARI ma potrebbe farla aumentare
La proposta di realizzare un termovalorizzatore viene sostenuta anche con l’argomento secondo cui una maggiore autosufficienza impiantistica regionale ridurrebbe i costi di smaltimento e, di conseguenza, la TARI pagata dai cittadini liguri. I dati disponibili contraddicono questa tesi. All’interno della stessa Regione Liguria, sottoposta alla medesima pianificazione regionale dei rifiuti, il Comune di Genova registra una delle TARI più alte d’Italia, mentre il Comune di La Spezia registra una delle più basse. Questo differenziale dimostra che il fattore determinante del costo della tassa rifiuti non è la disponibilità di un impianto di incenerimento di prossimità, ma l’insieme di variabili gestionali, impiantistiche e tariffarie locali. Il fattore che meglio spiega il differenziale Genova–La Spezia è quindi l’efficienza del ciclo a monte dell’eventuale trattamento finale: quanta parte del rifiuto viene intercettata e valorizzata come materia (differenziata, organico, riciclo) e quanto invece rimane indifferenziato e deve essere smaltito a costi crescenti, spesso fuori territorio. Un termovalorizzatore agisce solo sull’ultimo anello della catena — il residuo indifferenziato — e non incide sulle determinanti che, nei dati liguri, fanno la differenza.

Fonti: indagine UIL sulla Tari 2025 (Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali, Immigrazione); Genova24, Comune di Genova/AMIU (delibera TARI 2026); Primocanale; Babboleo. Dati riferiti a nucleo familiare tipo, con lievi differenze di composizione del campione tra le diverse rilevazioni citate.
La TARI copre integralmente, per previsione normativa (metodo tariffario ARERA), i costi del servizio di gestione dei rifiuti urbani così come risultano dal PEF: costi di investimento (CAPEX) e costi operativi (OPEX) di raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento, comprensivi delle componenti perequative UR1-UR2- UR3 e del tributo provinciale TEFA. Un termovalorizzatore è un’infrastruttura ad altissima intensità di capitale, con costi di realizzazione tipicamente nell’ordine di alcune centinaia di milioni di euro, a cui si aggiungono i costi di esercizio, manutenzione, monitoraggio ambientale e gestione dei residui di combustione (ceneri e scorie, anch’esse da smaltire).
Questi costi non scompaiono per il solo fatto che l’impianto sorga in Liguria: vengono recuperati attraverso le tariffe di conferimento pagate dai Comuni e dai gestori, che a loro volta li trasferiscono nel PEF e quindi nella bolletta TARI dei cittadini. La disponibilità di un impianto di prossimità può, in alcuni contesti, ridurre i costi di trasporto verso impianti terzi, ma questo risparmio va confrontato con l’ammortamento di un investimento imponente e con costi operativi che, come dimostra il confronto Genova–La Spezia, non sono la leva principale sul costo finale per il cittadino. Non a caso, regioni italiane con ampia capacità di incenerimento non mostrano sistematicamente una TARI più bassa rispetto a regioni che ne sono prive: la variabile decisiva resta la qualità della gestione del ciclo, non la mera disponibilità di capacità di trattamento finale.
A rendere ancora più fragile l’argomento della convenienza economica di un nuovo termovalorizzatore interviene un cambiamento del quadro normativo europeo. Nel luglio 2026 la Commissione Europea ha proposto di estendere ai termovalorizzatori il sistema ETS (Emission Trading System) che obbliga i settori ad alta intensità di carbonio ad acquistare quote per ogni tonnellata di CO2 emessa. Le stime sull’impatto economico di questa estensione sono significative. Utilitalia, la federazione delle aziende di servizi pubblici, ha calcolato un aggravio complessivo per il sistema Paese fino a 350 milioni di euro l’anno a partire dall’anno di avvio della misura, richiamando come precedente il caso della Germania, che dal 2024 ha introdotto un proprio meccanismo nazionale di carbon pricing sugli inceneritori con un incremento medio dell’ordine di 40 euro per tonnellata.
Il termovalorizzatore ligure entrerebbe in funzione — nella migliore delle ipotesi per i suoi proponenti — proprio a ridosso o dopo l’avvio dell’obbligo pieno di acquisto delle quote di CO2 (finestra indicativa 2028- 2031). Il piano economico-finanziario di un impianto di questo tipo dovrebbe quindi includere, fin dalla progettazione, un costo del carbonio destinato solo a crescere nel tempo, secondo la traiettoria di riduzione delle quote gratuite prevista dal sistema ETS. Un impianto pensato oggi come leva di risparmio rischia dunque di diventare, nell’arco della sua vita utile, un centro di costo aggiuntivo — che si scaricherebbe, come ogni altro costo del ciclo rifiuti, sulla TARI pagata dai cittadini liguri.
Settima motivazione – L’avvento di tecnologie innovative più efficienti e meno impattanti
Waste-to-Chemical (riciclo chimico)
Il waste-to-chemical sfrutta un processo industriale svilppato in Germania durante la seconda guerra mondiale e largamente utilizzato durante tutto il secolo scorso per ricavare precursori di sintesi chimica dal carbon fossile. Questo processo trasforma i rifiuti non riciclabili meccanicamente (plasmix, CSS, frazione secca) in syngas attraverso la gassificazione: il materiale ricco di carbonio reagisce con ossigeno ad alte temperature in un ambiente a difetto di ossigeno, producendo un gas di sintesi ( syngas )ricco di idrogeno (H2), monossido di carbonio (CO), CO2 e metano (CH4), sfruttabile dopo purificazione.
Da questo “syngas”, attraverso processi chimici successivi, si possono ottenere etanolo, metanolo, ammoniaca, olefine, carburanti e altri prodotti chimici, in grado di sostituire i derivati del petrolio o del gas naturale come base per l’industria chimica, riducendo così la materia prima vergine impiegata e le emissioni complessive dei processi industriali a valle.
Ossicombustione (in particolare la tecnologia FPO)
L’ossicombustione elimina l’azoto dall’aria comburente mediante filtri molecolari, bruciando i rifiuti in ambiente confinato con ossigeno pressoché puro invece che con aria. La versione più matura sviluppata in Italia è la FPO – Flameless Pressurized Oxycombustion, messa a punto da ITEA S.p.A. (gruppo Sofinter): un processo senza fiamma, condotto in pressione ad altissima temperatura (1300-1400°C) e in atmosfera di ossigeno, che massimizza il recupero termico, materico ed energetico rispetto alla termovalorizzazione convenzionale.
I fumi risultanti sono costituiti essenzialmente da vapore acqueo e CO2 ad un grado di concentrazione tale da poter essere purificata ed utilizzata come materia prima nell’industria ( anche alimentare) , mentre le scorie si presentano come inerti vetrosi riutilizzabili. L’Impianto non prevede quindi emissioni in atmosfera.
Conclusioni
Le motivazioni esposte convergono in un giudizio univoco di inadeguatezza dell’incenerimento dei rifiuti solidi urbani come strategia di gestione del ciclo dei rifiuti e di produzione energetica:
• sul piano climatico ed energetico, l’incenerimento produce, per ogni MWh di energia elettrica generata, una quantità di CO2 paragonabile al carbone e superiore a quella del gas naturale — il combustibile fossile che l’Unione Europea sta progressivamente dismettendo pur essendo il più efficiente tra quelli fossili;
• sul piano delle risorse, l’incenerimento distrugge materiali che incorporano energia ed emissioni già sostenute per la loro produzione, obbligando all’estrazione di nuova materia prima, con un aggravio diretto sulla componente energetica e materiale della bilancia commerciale italiana, strutturalmente in deficit alla voce “materie prime”
• sul piano normativo, la traiettoria dell’Unione Europea — dal pacchetto economia circolare del 2018 fino al PPWR, pienamente applicabile dal 12 agosto 2026 — impone in modo sempre più stringente la riduzione, la riciclabilità e l’effettivo riciclo dei prodotti a fine vita, rendendo l’incenerimento un modello strutturalmente disallineato rispetto agli obiettivi europei di medio e lungo periodo.
• sul piano impiantistico i dati ci confermano che portando la Liguria veso una efficace raccolta differenziata come quella già in atto in altre regioni italiane ( Veneto, Emilia Romagna per es.) il quantitativo di rifiuti urbani indifferenziati prodotti sul territorio regionale non sono sufficienti per un impianto economicamente sostenibile.
• sul piano di una oculata gestione delle risorse pubbliche la costruzione di un ultriore impianto di chiusura del ciclo dei rifiuti in una macroarea già satura per capacità di trattamento rispetto alla produzione non può che essere vincolata a logiche che nulla hanno a che vedere con l’interesse pubblico ma con motivazioni specchiatamente politiche ed imprenditoriali.
• Sul piano dei costi per i cittadini si dimostra che la presenza di un impianto regionale non determina automaticamente una riduzione della TARI ma potrebbe verosimilmente amentarla
• Sul piano tecnologico la scelta attuale di una tipologia di impianto di incenerimento, elimina la possibilità di poter usufruire delle nuove tecnologie emergenti in questi anni che verosimilmente lo renderanno obsoleto ancor prima della sua messa in funzione
Per queste ragioni, le politiche di gestione dei rifiuti dovrebbero concentrare le risorse pubbliche sul potenziamento della raccolta differenziata, sull’impiantistica di riciclo e di trattamento della frazione organica, e sulla prevenzione della produzione di rifiuti, in coerenza con la gerarchia europea di gestione dei rifiuti che colloca il recupero energetico tra le opzioni meno preferibili, immediatamente prima del solo smaltimento in discarica.